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Ho sempre guardato con una punta di fastidio il prototipo del visitatore occasionale di musei col vizio ossessivo dello scatto. Macchine fotografiche, compatte e non, ma sopratutto telefonini, puntati su questo dipinto o quella statua, pronti ad immortalare tutto con movimenti rapidi e meccanici, quasi si racchiudesse in tale gesto lo scopo ultimo ed esclusivo della visita. Ci sono altri modi di vivere l’esperienza di un luogo d’arte: lasciare innanzitutto che le opere scorrano lentamente davanti agli occhi e restino impresse nella mente, senza l’ausilio di protesi a futura memoria, così da trarre piacere ed emozione dalla visione diretta, assaporandone ogni dettaglio.

Antonio Canova, Ercole e Lica.

Antonio Canova, Ercole e Lica. Canon EOS 7D – EF 17-40mm f/4L USM – 1/30 sec. a f/4,5 – 32mm – ISO 400

Mentirei però se dicessi che non trovo utile ed anche emozionante cimentarmi con la fotografia in tali contesti, per custodire di quella visione una traccia fissa e durevole, poterla rielaborare a piacimento, riviverla, goderne insomma oltre la prima e pur fondamentale impressione.

E’ uno “sviluppo” esperienziale che, tuttavia, ha un senso solo se si fonda su un approccio non meccanico e, dunque, genuino e partecipe, capace cioè di creare una relazione viva con gli oggetti inanimati, di coglierne la  poesia, la ricchezza pura. Non è richiesto di inseguire Stendhal e di farsi necessariamente prendere dalla sindrome ovvero di giungere a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati, come descrisse lo scrittore francese, ma, quantomeno, di trattare i capolavori con il dovuto rispetto e saperne apprezzare la bellezza.

Nella foto di copertina, il David di Gian Lorenzo Bernini (Roma, Galleria Borghese). Canon EOS 7D – EF 70-200mm f/2.8L IS II USM – 1/40 sec. a f/2.8 – 100mm – ISO 400.

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